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Fonte: L'Eco di Bergamo - 27 gennaio 2012 - Cultura e Spettacoli
Le fotografie sono saltate fuori da un vecchio cassetto, sono
saltate fuori da una borsetta di donna quando nessuno ci sperava più. Del
campo di prigionia della Grumellina negli ultimi anni erano state scoperte
tante cose, prima di tutto si era di nuovo «scoperta» la sua esistenza,
caduta nell'oblio, un po' per via degli anni, un po' per via
dell'imbarazzo.
Era come la polvere buttata sotto il tappeto. A Bergamo il tappeto l'hanno
sollevato Alberto Scanzi e Giorgio Marcandelli che nel 2005 avviarono le
ricerche. Lanciarono il sasso e presentarono una prima bozza di indagine al
circolo Arci di Grumello del Piano. Racconta Alberto Scanzi: «Anche a
Bergamo avevamo avuto una "rimozione collettiva del dolore", una
dimenticanza radicale del campo di prigionia che pure aveva contenuto
migliaia di uomini».
«Ma quando facemmo la riunione all'Arci, inaspettatamente, trovammo la sala
piena. C'era chi ricordava, dopo sessant'anni ricordava! E quel giorno si
presentò Francesco Sonzogni con l'archivio personale ereditato dallo zio
Mario Sonzogni, archivio che era appartenuto a un prigioniero slavo, Oton
Polak: c'erano soprattutto disegni, ritratti e alcuni libri, alcuni
vocabolari».
Francesco Sonzogni entrò nel gruppo di ricerca che venne poi sostenuto dal
Museo storico della città e in particolare dal direttore, Mauro Gelfi. Dice
Marcandelli: «Mauro è stato prezioso per noi, ci ha aiutato, ci ha
incoraggiato. Lui aveva riscoperto l'esistenza del campo durante delle sue
ricerche nel 2006 a Londra, al National Archives: si interessava al ruolo
che i servizi segreti inglesi avevano avuto anche in Bergamasca durante la
guerra».
«Trovò dei documenti che parlavano di Bergamo, del campo della Grumellina;
si rivolse all'archivio dei servizi segreti inglesi e poi a quello del
Comune di Bergamo. La morte prematura di Mauro Gelfi nel giugno del 2010 è
stata per noi un dolore e una perdita. Ma anche uno sprone ad andare avanti
con la ricerca, anche come omaggio a lui, alla sua passione per la storia,
per la verità».
Ed ecco un altro tassello della storia del campo che si compone, ecco le
prime fotografie. Il campo è riconoscibile, in particolare si nota la
ciminiera che ancora resiste oggi. I soldati prigionieri al lavatoio che
sfregano i panni, i capannoni e il filo spinato, ma anche le casermette e
un edificio aperto, forse dei bagni.
I prigionieri in posa con i soldati italiani con il fucile in spalla, altri
con l'uniforme, seduti sulla panca che sorridono al fotografo, un altro
gruppo con i gelsi delle coltivazioni sullo sfondo... Ma che cosa avevano
da sorridere questi prigionieri? Erano così buone le condizioni di vita nel
campo?
Dice Alberto Scanzi: «No, non risulta che le condizioni fossero buone.
Certo, non dobbiamo pensare ai lager nazisti, ad Auschwitz. A Bergamo
c'erano prigionieri militari e c'erano internati che provenivano dalla
Jugoslavia e dalla Grecia. In particolare per gli slavi le condizioni di
vita erano assai dure».
Nel 2008 i ricercatori pubblicarono il libro «The tower of silence, Storie
di un campo di prigionia. Bergamo 1941-1945», firmato da Mauro Gelfi,
Giorgio Marcandelli, Alberto Scanzi e Francesco Sonzogni. Da allora hanno
fatto diversi incontri in giro per la provincia. Racconta Scanzi: «Era il
26 ottobre scorso, avevo appena terminato la mia relazione su "Don
Seghezzi e l'aiuto ai prigionieri fuggiti dal campo della Grumellina"
quando una signora del pubblico mi si è avvicinata, mi ha abbracciato e mi
ha detto: "Guardi che cosa ho portato"».
La signora si chiama Teresina Togni, figlia del partigiano Luigi Togni. Ha
aperto una busta, nella busta le fotografie, vecchie di settanta anni.
Continuano i tre ricercatori: «Le foto la signora le aveva perché la sua
famiglia aveva tenuto nascosto nella propria abitazione alle Ghiaie di
Bonate quattro prigionieri fuggiti il 9 settembre del 1943 dal campo. Si chiamavano
Milet, Drago Trifunic, dottor Iso e Peder. Peder era greco, gli altri tre
jugoslavi. Restarono dai Togni fino al dicembre del 1943, poi dovettero
fuggire di nuovo per via di una soffiata: i carabinieri li stavano
cercando».
La struttura si chiamava «Campo di concentramento prigionieri di guerra di
Grumello al Piano». Si ha notizia che al dicembre 1941 il campo accoglieva
un ufficiale, 371 sottufficiali, 1.751 soldati di nazionalità greca e un
numero imprecisato di truppa jugoslava. E quest'ultima voce è la più
preoccupante: perché non c'è il numero di prigionieri jugoslavi?
Paolo Aresi
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GALLERIA
Rarissima immagine di un momento della vita dei
prigionieri nel campo. In primo piano il lavatoio per la pulizia degli
indumenti. Sullo sfondo si nota la ciminiera tuttora esistente (Foto by
TIPOGRAFIA)

Una vista del campo con i capannoni, alcuni dei quali
sono visibili ancora oggi (Foto by TIPOGRAFIA)

La famiglia Togni con quattro prigionieri: il primo
seduto a sinistra e i tre sulla destra, due in piedi, uno seduto (Foto by
TIPOGRAFIA)

Soldati e prigionieri (Foto by TIPOGRAFIA)

Altre fotografie ricevute direttamente dal Dott. Alberto
Scanzi, che ringraziamo:

Il mistero jugoslavo. Le
ricerche continuano
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«Adesso vogliamo capire soprattutto che fine
fecero gli jugoslavi, i prigionieri peggio trattati nel nostro lager, come
in tutti i campi di prigionia italiani. Esisteva l'idea razzista che gli
slavi fossero una razza inferiore e quindi che potessero venire deportati
dalle loro terre e sfruttati. Anche loro fuggirono dopo l'8 settembre 1943,
sappiamo che molti arrivarono a Milano, che ebbero documenti falsi dai
nostri partigiani e che si unirono ai gruppi della Resistenza, che
addirittura c'erano delle formazioni partigiane costituite da jugoslavi in
Italia, ma dobbiamo approfondire». I tre ricercatori Giorgio Marcandelli,
Alberto Scanzi e Francesco Sonzogni non si fermano, aiutati dal Museo
storico della città
e in particolare da Silvana Agazzi procedono
nella ricostruzione della realtà di quegli anni.
Il pittore
Fra le storie significative che sono emerse
nel corso della ricerca ci sono quelle del disegnatore e pittore Oton
Polak, del soldato sudafricano Danny Hyams, del comandante del campo,
Francesco Turco. Oton Polak fu uno degli jugoslavi che fuggi dal campo e
lasciò alla famiglia Sonzogni alcuni libri e suoi disegni. Spiegava il
ricercatore Francesco Sonzogni, nato al numero 62 di via Grumello sette
anni dopo che la guerra era finita: «Da bambino sentivo parlare del campo,
ma senza notizie particolari, tuttavia mi rimase nella mente. Tanti anni
dopo, nel 2002, un mio zio che abitava a Curnasco morì e io andai a vivere
con la mia famiglia nella sua casa. Mio zio si chiamava Mario, faceva il
maestro e aveva un'abitudine: non buttava via mai niente. Così nella casa
trovai una cartelletta: dentro c'erano disegni e ritratti a matita, erano
di un certo Oton Polak. Trovai anche documenti e libri, vocabolari, tutta
roba che arrivava dal campo di concentramento. Fu una rivelazione». Si sono
fatte ricerche nella ex Jugoslavia per entrare in contatto con Oton Polak,
ma senza esito.
Danny Hyams ha superato i novanta anni ed è
ancora in forma: nei giorni scorsi si trovava a Bergamo. Sudafricano
dell'esercito inglese, venne catturato dagli italiani a Tobruk, fu
internato in diversi campi della Penisola, fino al suo arrivo a Bergamo.
Annotò sul suo diario: «Oltre l'infestazione di pidocchi e appelli
interminabili, oggi abbiamo trovato cimici nei letti e subiamo ogni sera
l'umiliazione della consegna dei nostri pantaloni e stivali per essere poi
recuperati il mattino successivo». Hyams fuggi dopo l'8 settembre, venne
nascosto in casa della famiglia Rota all'Albenza.
Conobbe la giovane Domitilla Rota, finita la
guerra la sposò e se la portò in Sudafrica. A proposito della grande fuga
diverse sono le testimonianze raccolte, molti di loro furono ospitati in
famiglie di contadini. Ci furono bergamaschi che andarono al campo per
trafugare armi e provviste.
Il colonnello
E poi la vicenda del colonnello Francesco
Turco, comandante del campo, processato per crimini di guerra nel 1946.
Turco venne condannato a morte in un primo tempo, la pena venne commutata
in quattordici anni di carcere. Tra le accuse quella dell'omicidio di due
soldati maghrebini e l'omicidio commesso il 16 luglio 1943 di un soldato
inglese cipriota, a Orio al Serio. 1 ciprioti si erano rifiutati di
lavorare a installazioni di tipo
militare appellandosi alla convenzione di
Ginevra. Il colonnello Turco per convincerli ordinò a un soldato italiano
della scorta di sparare a un prigioniero. Il soldato si rifiutò di eseguire
l'ordine, il colonnello prese la pistola, fece fuoco: colpì a una gamba e
allo stomaco il prigioniero Lambris Tofi che morì all'ospedale della
Clementina.
Dopo l'8 settembre, il campo di prigionia
passò nella mani dei tedeschi. Vennero rinchiusi nel campo anche tanti
prigionieri italiani. Ecco il racconto di Ferdinando Ubiali, per soli dieci
giorni prigioniero del campo: «I maltrattamenti che si subivano erano più i
fascisti che i tedeschi che li facevano. Dormivamo tutti per terra e tutti
insieme, italiani e no, c'era un caos. Ci davano un pezzo di pane per
colazione e poi si girava il campo o ci si sdraiava per terra e si stava
lì. Tanti sono scappati perché c'erano buchi nel filo spinato».
P. A.
Riproduzione
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M. Gelfi, G. Marcandelli, A. Scanzi, F. Sonzogni
The Tower of Silence. Storie di un campo di prigionia – Bergamo
1941/45
(Bergamo: Sestante
edizioni, 2010) e la Mostra collegata Il Campo del Silenzio
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